giovedì 30 ottobre 2008

Difendiamo la costituzione: un compromesso alto fra classi sociali contrapposte

In vari interventi e discussioni su diversi siti on line si cita spesso la Costituzione Italiana, i suoi fondamenti, i principi ed i diritti che afferma. In effetti, nel panorama politico sbalestrato e frammentato nel quale si vive oggi, la nostra Carta appare come uno, anzi direi l’unico punto fermo da cui trarre qualche certezza. Non a caso i tentativi di smantellarla si ripetono periodicamente. Parimenti non a caso il Comitato per la difesa della Costituzione sia a livello nazionale che nelle sue diramazioni territoriali ha come obbiettivo prioritario la messa in salvaguardia della Costituzione stessa, attraverso una modifica dell’art.138 e delle maggioranze in esso previste, tale da impedirne il cambiamento da parte di una sola forza politica, cosa possibile in un Parlamento eletto con il sistema maggioritario.
La nostra Costituzione, con il modello di organizzazione politica ed economica ed il sistema sociale che essa prevede, è frutto di un compromesso alto fra classi contrapposte, fra forze economiche differenti rappresentate dai partiti politici presenti nel dopoguerra. Si tentò una sintesi tra bisogni e strategie delle suddette classi, in un contratto sociale che ha pochi uguali.
La Carta Costituzionale configura un progetto di tipo neocapitalistico, peraltro molto aperto ed articolato e con ampie venature di interclassismo. Infatti, durante i lavori della Ia sottocommissione, Togliatti riconosce che “si sta scrivendo una Costituzione…… corrispondente ad un periodo transitorio di lotta per un regime economico di coesistenza di differenti forze economiche……”. E Lelio Basso afferma, nella seduta del 6 marzo 1947 della Assemblea Costituente: ”Noi non abbiamo mai pensato che si potesse portare a questa Assemblea una Costituzione socialista… e questo proprio perché noi siamo socialisti e, come tali, abbiamo vivo il senso della storia…”.
Nei lavori della Ia sottocommissione nasce un accordo fra Togliatti, La Pira, Dossetti e Moro per introdurre forme di controllo sociale sulla vita economica, ma tale accordo fra la sinistra e l’ala progressista della Democrazia Cristiana in aula non tiene, per cui non si realizza quel ridimensionamento del potere economico privato e non si crea quel collegamento strutturale fra l’art.4 comma 1, il diritto al lavoro, e l’art.41 comma 3, poteri di indirizzare e coordinare l’attività economica a fini sociali, che avrebbe invece dato maggior sostanza all’affermazione dell’art.1: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’art.41 pone l’iniziativa privata e quella pubblica su un piano di parità, mentre la dottrina economica del fascismo attribuiva alla libertà di iniziativa privata il primato su quella pubblica, che assumeva così un carattere subalterno. Ed oggi con un notevole passo indietro siamo di nuovo a questo punto. Purtroppo la Costituzione, frutto di un compromesso seppure alto, non ha definito la strumentazione utilizzabile dallo Stato per operare nell’economia, per cui le successive norme sono state strettamente legate ai rapporti di forza esistenti di volta in volta nel paese. Ed inoltre, in base alla Carta Costituzionale, lo Stato può intervenire nell’economia, ma non sull’economia, cioè sul modo di produzione.
Il problema dell’oggi è il mutamento dei rapporti di forza che hanno segnato un massiccio regresso, la ideologia del mercato è stata massicciamente introiettata dai lavoratori, anche per la pervasività dei mass-media convenientemente orientati e la colpevole debolezza della sinistra che ha portato al punto in cui siamo. Anche oggi alcune delle forze democratiche non sono ostili ad accordi con la destra per le riforme costituzionali.
Se si mettesse oggi mano a modifiche costituzionali verrebbero cancellati tutti i possibili spazi dei contropoteri in campo economico che la Costituzione aveva lasciato, peraltro mai riempiti quando i rapporti di forza erano più favorevoli ai lavoratori, e soprattutto verrebbero eliminati molti diritti fondamentali. Mentre invece molti di noi avrebbero desiderato vedere introdotte nella Costituzione ad esempio le tematiche dell’ambiente, della comunicazione, del progresso tecnologico e del suo uso ecc..
Il peggio è che di fronte alla marea montante della povertà e dei bisogni sociali oggi presenti nel nostro paese si sta procedendo, con brutale rapidità ed impunemente, allo smantellamento dello stato sociale, della struttura dello Stato stesso e della democrazia.
Il ministro del welfare propone di favorire la “complicità” fra capitale e lavoro: davvero un bello scambio ineguale sostituire con una categoria usata nella psicanalisi il conflitto di classe!
Cerchiamo almeno di difendere la Carta Costituzionale.
Chi ha coraggio alzi la voce!

Grazia Paoletti - associazione Luigi Longo7/8/2008

A proposito del voto agli immigrati: democrazia rappresentativa e sistemi elettorali

In un sistema democratico occorre garantire il potere ed il controllo sul potere. Il contesto politico-costituzionale e partitico di un paese influenza la scelta del sistema elettorale e ne è a sua volta influenzato,con una relazione biunivoca. La struttura del sistema elettorale è cruciale per realizzare la vera democrazia rappresentativa, per dare a questo aggettivo un contenuto sostanziale.
In base al criterio della rappresentanza si possono definire i sistemi elettorali come forti o deboli, secondo l’ intensità della “attitudine manipolativa”, cioè la possibilità di condizionare o addirittura vincolare la scelta degli elettori: i sistemi deboli lasciano la più ampia libertà di scelta.
Il sistema più forte è il maggioritario a collegio uninominale secco, il più debole è il proporzionale di lista a collegio plurinominale con utilizzo dei resti nel collegio unico nazionale. Altri stanno in posizione intermedia secondo le correzioni introdotte.
La rappresentatività di un organismo si realizza quando esso rispecchia la composizione della società sottostante.
La qualità della rappresentanza democratica deriva da libere e periodiche elezioni che esprimono dei rappresentanti della società i quali devono rispondere agli elettori, verso i quali sono politicamente responsabili. Rappresentatività e responsabilità devono procedere di pari passo perché il sistema elettorale funzioni con equilibrio.
I sistemi deboli garantiscono alle assemblee elettive un elevato grado di rappresentatività, mentre i sistemi forti riducono il peso di tali assemblee.
Da tempo il sistema elettorale del nostro paese è andato progressivamente rafforzandosi con l’introduzione di modifiche successive, e conseguentemente si è ridotta la libertà di scelta dei cittadini. Inoltre attraverso il sistema elettorale si può, come si è già decisamente sperimentato, aggirare la Costituzione realizzando un rafforzamento del potere esecutivo, del capo del governo, a scapito del Parlamento e a dispetto della divisione dei poteri.
La rappresentanza proporzionale è un sistema “altamente fotografico” che riproduce esattamente la base dei cittadini elettori, cioè la composizione della società. Questo potrebbe dar luogo ad una pluralità di gruppi e di partiti in grado di disintegrare il sistema politico, a meno che non si introducano dei correttivi con strumenti elettorali o meglio politici: ad esempio un sistema forte di alleanze politiche, capace di deideologizzare il confronto concentrandosi sul “che fare”; naturalmente purchè l’alleanza funzioni.
Il problema di una legge elettorale adeguata a rappresentare tutti i cittadini si impone tanto più oggi quando i movimenti che vi sono nella società hanno acquistato un ruolo importante di per sé, al di fuori dei partiti, e gli elettori non accettano di essere manipolati attraverso marchingegni elettoralistici, come dimostra la variabilità delle astensioni a seconda del sistema di voto adottato. Uno di questi marchingegni, odiatissimo dagli elettori anche se caro agli apparati dei partiti, è l’abolizione delle preferenze nel proporzionale, dove le varie liste, da sole o in coalizione, sono presenti con i propri simboli e candidati: si blocca la lista, per cui dal capolista in giù i candidati sono eletti nell’ordine determinato dal partito, annullando ogni libertà di scelta dell’elettore in merito alle persone che nell’ambito del proprio partito ritiene più idonee a rappresentarlo, come è avvenuto ultimamente. Questo ha talvolta generato a livello sia nazionale che locale una perdita di voti del partito per disistima di alcuni candidati.
Si registra oggi una forte crisi di rappresentanza dei partiti. I quali peraltro possono riacquistare ruolo e senso solo nell’ottica dell’ art. 49 Cost., se attuano il dettato costituzionale in merito alla partecipazione dei cittadini ed alla democrazia: altrimenti appaiono, anzi sono, solo apparati per la gestione del potere, l’occupazione di posti e la relativa distribuzione. Così assistiamo a nomine e candidature fatte in base al criterio della “fedeltà”, che fa aggio su qualunque requisito di competenza, di professionalità, di legame con il territorio e con i relativi cittadini elettori, fino a vedere catapultare nei collegi candidati senza alcun collegamento con la realtà locale e le problematiche che dovrebbero andare a rappresentare. Tale legame è inesistente e, per il candidato con un posto in lista sicuro, irrilevante. Questo tipo di elezione genera dunque irresponsabilità negli eligendi e negli eletti, disaffezione alla politica negli gli elettori, per non parlare del disimpegno nella campagna elettorale di chi, al contrario, è conscio di essere solo un riempitivo di lista.
Si presume di poter ovviare a ciò attraverso elezioni primarie all’interno di ciascun partito o coalizione, che peraltro riguardano solo una parte dell’elettorato, e la scelta resta comunque condizionata poiché esse stesse sono manipolabili. Tuttavia in alcuni momenti le primarie hanno giocato, e possono giocare, un ruolo di supplenza della democrazia nei partiti. Sono talvolta necessarie, come una sorta di valvola di sfogo, appunto perché c’è una crisi di rappresentanza ed un deficit di democrazia nei partiti, che sfuggendo il dettato costituzionale non sono più promotori di partecipazione. Ma questa crisi va superata, perché il sistema democratico regge solo se c’è una scambievole e reale discussione nella società e nei partiti che la rappresentano ed una forte partecipazione di tutti i cittadini.
In tale ottica riconoscere il diritto di voto agli immigrati non comunitari stabilmente residenti nel nostro paese, i quali fra l’altro rappresentano una quota elevata dei cittadini residenti in alcuni comuni ed una quota elevata di lavoratori, i quali contribuiscono a produrre una quota elevata del prodotto nazionale, mi sembra una scelta politica e democratica sacrosanta.
Come mi sembra corretto che tale legge riguardi come minimo le elezioni amministrative, ma che alla luce delle ragioni indicate nulla osti ad una successiva estensione alle elezioni europee ed a quelle politiche.
Dunque il corpo elettorale deve comprendere a pieno diritto coloro che vivono stabilmente e lavorano nel paese, mandano i figli a scuola, fanno lavori pesanti ed inquinati che gli italiani rifiutano, curano i nostri anziani ed i figli piccoli delle donne che lavorano, pagano le tasse ed i contributi; insomma sono una fetta della società degna di godere a pieno dei diritti di cittadinanza e dei diritti politici.
E’ chiaro che in tale categoria non rientra chi vive nell’illegalità. Peraltro questo requisito appartiene anche ad alcuni italiani, i quali facilmente restano impuniti e comunque raramente perdono i diritti politici e l’elettorato attivo e passivo.

di Grazia Paoletti - Associazione Luigi Longo (pubblicato su Aprileonline.info del 9.9.2008
LA COSTITUZIONE E I DIRITTI INVIOLABILI DELLA PERSONA
Grazia Paoletti

INTERVENTO SVOLTO AD UNA INIZIATIVA SULLA COSTITUZIONE, PROMOSSA DA ARCIGAY ALLA FESTA DELL’UNITA’ DI BOLOGNA IL 13 9 2008, CON RAIMONDO RICCI, SERGIO DEL GIUDICE E GRAZIA PAOLETTI.

La Costituzione concepisce la democrazia come libertà di ciascuno e di tutti dentro un sistema di rapporti di reale uguaglianza, per cui lavoro, sapere, dignità della vita umana sono riconosciuti come bisogni e dunque tradotti in diritti di cui lo Stato e la società sono garanti ed ai quali devono dare piena risposta.[i]
La nostra Costituzione è la migliore mediazione raggiungibile fra soggetti –comunisti,socialisti, liberali, laici, cattolici ecc.- di diversa estrazione ideologica.
Oggi si ripropone in pieno per il nostro paese la questione della democrazia, che ha i suoi fondamenti nella Costituzione che assumiamo come riferimento irrinunciabile. Non a caso il revisionismo storico è tutto diretto a vanificare il senso storico e la portata democratica dell’antifascismo e della Resistenza. Assistiamo continuamente all’apologia del fascismo da parte di membri autorevoli di una forza di governo e si fa il tiro al bersaglio sul ’68. Mai prima d’ora le forme della vita culturale, dell’istruzione a tutti i livelli, della comunicazione, dell’organizzazione del lavoro e della divisione sociale di ogni tipo di attività, i comportamenti politici e culturali, erano stati così stravolti; mai si era verificato un attacco così netto al sapere critico, cui si sostituisce un sapere puramente operativo in una scuola sempre più di fatto orientata in funzione della cultura d’impresa.
Si stanno determinando e si sono determinati atti incostituzionali che hanno travolto la scuola pubblica imprigionandola nelle logiche della privatizzazione globale; si è messa la salute dei cittadini alla mercè dei privati, si è portato progressivamente la cultura, la ricerca, lo studio, lo spettacolo, la formazione, la comunicazione a dipendere sempre di più dal privato.
Nella società si assiste ad una estrema divisione degli uomini e delle donne in ricchi e poveri, questi ultimi progressivamente deprivati dei diritti che la prima parte della Costituzione riconosce a tutti i cittadini. Non c’è più posto per gli ideali e le parole d’ordine della rivoluzione borghese, per la libertà, la fraternità, l’uguaglianza. Si registra una scissione sempre più marcata tra i principi sanciti nella Carta Costituzionale e la loro effettiva attuazione.
Questo capitalismo mondializzato si porta dentro nella sua dinamica, nel suo comportamento, nella sua cultura, nella sua concezione e pratica del mondo, un nuovo fascismo.[ii]
Il nostro compito allora è quello di capire e disvelare tale situazione, attuare e difendere la Costituzione antifascista, di cui molti principi che vi sono enunciati sono ancora lettera morta, tanto da far usare l’espressione “democrazia ancora incompiuta”.[iii]

I primi articoli ci dicono tutto. La Carta garantisce i diritti inviolabili della persona, tutti i diritti naturali preesistenti alla formazione dello Stato: diritto di vivere, di muoversi, di parlare liberamente, di formarsi una famiglia, il diritto all’onore ed alla dignità personale ecc., sia come singolo che nelle formazioni sociali. A ciò corrisponde il dovere corrispettivo di garantirli agli altri, quindi rispetto della vita, dell’onore, della dignità, della libertà altrui.
Accanto alla uguaglianza di diritti di tutti i cittadini la Carta pone la uguaglianza di fatto, la pari dignità sociale e l’uguaglianza senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione,di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E si afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.
Successivamente la Costituzione specifica i diritti relativi ai rapporti civili, politici ed economici esplicitando e sostanziando le libertà dei cittadini.
Ma già l’art 3 con la frase “rimuovere gli ostacoli” implica che lo Stato deve permettere, anzi realizzare e favorire tutti i diritti di cui si è parlato, a cominciare dai diritti naturali. E qui allora, ad esempio, si vede come oltre che inaccettabile umanamente sia al di fuori dello spirito della Costituzione l’atteggiamento dell’attuale governo verso gli immigrati che non garantisce la dignità della persona, e analogamente i vari regolamenti locali contro gli ultimi, i lavavetri, i mendicanti. Tanto più sono fuori dallo spirito della Carta gli ostacoli contro le coppie di fatto comunque composte, l’impedire il diritto a formarsi una famiglia ed il non riconoscimento di dignità e di valore anche giuridico a legami stabili fra due persone qualunque sia il loro orientamento sessuale. In questo campo bisogna dire che non si sono distinti per ampiezza di vedute neanche i parlamenti ed i governi precedenti, grazie anche alle perenni forti interferenze del Vaticano nella politica italiana.
Ma sarebbero tanti gli esempi della creazione di ostacoli piuttosto che della rimozione di essi come impone la nostra bellissima Costituzione nel suo art.3.

[i]Per la prima parte dell’articolo sono debitrice a Luigi Pestalozza, organizzatore ed anima del convegno “La Costituzione e i poteri” Milano 1995, di cui sono pubblicati gli Atti nei Quaderni di Rifondazione febbraio 1996
[ii] Edward Luttwak cit.idem
[iii] Giuliano Pisapia. idem

mercoledì 15 ottobre 2008

PER IL PARTITO CHE ANCORA NON C'E'

di Grazia Paoletti e Piercarlo Albertosi*, 31 luglio 2008

La situazione politica nel Paese è molto grave. La scomparsa dei grandi partiti di massa ha portato ad un ventennio di progressiva instabilità che ha segnato la vita della Repubblica e che oggi potrebbe portare ad una affermazione della destra.
Le recenti vicende dimostrano che si stanno producendo effetti negativi anche sul processo di unità della sinistra a gran voce reclamato da milioni di elettori e a fatica avviato per la riottosità di qualche stato maggiore di partito della stessa sinistra.
Il 5 maggio e poi l' 8 e 9 dicembre 2007 hanno suscitato grandi aspettative nel popolo della sinistra, ma poi il processo si è bloccato. E' evidente che non tutti sembrano avere piena consapevolezza dei pericoli che sovrastano la sinistra, che non solo rischia la marginalizzazione ma addirittura l'implosione. Non si va da nessuna se si parte con una semplice alleanza elettorale: manca di appeal, non suscita entusiasmo, aspettative, fiducia, né quindi consenso. Il popolo della sinistra non si sente rappresentato da una frammentata manciata di partitini e l'astensionismo di sinistra è un rischio reale.
Non basta, perciò, parlare di confederazioni, di patti di unità di azione, di portavoci unici e di tutta quella congerie di marchingegni tattici che non aggrediscono a fondo il problema e che non sarebbero in grado di accendere nuove speranze né di infiammare i cuori. Chi ha coraggio lo tiri fuori ora e si esponga, se davvero crede all'unità.
La federazione è credibile solo, visti i tempi stretti, se si pone come un primo passo verso un partito unico della sinistra unita e plurale, un partito popolare e democratico, con un'etica, una struttura, una organizzazione, una disciplina interna. Un partito di governo, che ha un progetto di governo anche quando dovesse stare all'opposizione. Un grande partito, a cui guardano milioni di cittadini italiani, non può definirsi tale se non supera almeno il 10%; altrimenti resta un club.
Occorre oggi rompere gli indugi e compiere rapidamente un'accelerazione verso il processo unitario, abbandonando i deprimenti tatticismi ed i vecchi vizi da e del ceto politico.Occorre un'unità vera, un'unità che chiami alla partecipazione ed al protagonismo tutto il popolo della sinistra che va ben oltre gli iscritti ed i simpatizzanti degli attuali partiti. Un'unità che si costruisca su un progetto di trasformazione della società, sulla difesa dei ceti più deboli, sull'esercizio della democrazia e non solo sulle simbologie.
E' quindi indispensabile che la sinistra si presenti alle elezioni anticipate con una lista unica per dare il segno concreto della sua scelta irreversibile per l'unità, ma occorre aver chiara e comunicare esplicitamente agli elettori l'idea di voler conquistare voti per governare. Per far questo, oltre alla determinazione, ci vogliono decisioni coraggiose che non portino a scelte personalistiche e/o settarie. E' necessario indicare la volontà di ricercare una eventuale possibile alleanza con il Pd, da pari a pari, non subalterna, per costruire un nuovo centro-sinistra che faccia tesoro degli errori della esperienza dell'Unione; alleanza da costruire su punti condivisi, se ve ne saranno, nell'interesse del paese.Occorre quindi, come sta avvenendo in moltissimi territori, costruire in ogni parte dell'Italia quella sinistra unita, popolare, plurale e democratica che era stata la stella polare della grande Assemblea Nazionale del 8 e 9 dicembre scorso alla quale avevano dato piena adesione e si erano impegnati anche i quattro Partiti della sinistra.
La catastrofe elettorale e i congressi deprimenti recentemente terminati hanno ulteriormente peggiorato la situazione di frammentazione della sinistra e di disorientamento dei cittadini non direttamente coinvolti. Altro che mancanza di appeal! C'è il rischio fondato di disgustare per sempre il nostro popolo, che prima di essere considerato fatto di possibili elettori va visto come insieme di soggetti che non sanno più dove collocare le loro speranze e aspettative di mutamento della società, di una società che non piace e non accoglie; non sanno in chi avere fiducia, con chi e come concretamente operare.
Questo porta al qualunquismo, al grillismo, al riflusso localistico leghista, insomma a destra.E di questo siamo tutti responsabili, noi che ci diciamo o pensiamo sinistra.
Quindi basta con i marchingegni tattici. Tiriamo fuori un progetto credibile e attraente che dia speranza e quindi voglia di impegnarsi. Non osiamo adoperare il verbo "lottare": c'è molta strada lunga e faticosa da fare per arrivare a questo punto. Rinnoviamo però l'appello: chi ha coraggio si esponga, ma senza mire personali, per salvare una sinistra per l'Italia.Nei territori vi sono gruppi, associazioni e altro che lavorano e tentano di costruire forme nuove della politica, che purtroppo convivono con le vecchie oligarchie dei partiti in frantumi.Non sappiamo come si possa superare questo momento, salvo che parlando di contenuti, in modo costruttivo. Fare politica non "contro" ma "per".
*Associazione Luigi Longo

Riflessioni dopo la riunione del 20 settembre 2008

Finalmente il 20 settembre si è prodotta un'accelerazione del processo di ricostruzione della Sinistra evocato dall'assemblea del Palaeur il 5 maggio 2007. Questa accelerazione risponde alle aspettative di quel “popolo della sinistra” che si mostrò numeroso, entusiasta e disponibile all'obbiettivo di dar vita ad una Sinistra unita in Italia che mettesse insieme persone provenienti da esperienze politiche diverse. Molti degli intervenuti alla riunione hanno espresso con chiarezza l'indispensabilità di portare a buon fine l'obbiettivo della “Sinitra Unita”.
Tuttavia a leggere i commenti in alcuni blog relativi al 20 sett. dispiace e sconcerta che appaiano ancora alcune chiusure e preclusioni, segno non soltanto di immaturità (o infantilismo politico) ma anche di colpevole sottovalutazione della gravità del momento.
Eppure le indicazioni sono state chiare: iniziamo a costruire un soggetto politico di Sinistra, che abbia capacità di analisi, che sia in grado di elaborare un progetto di società e che si doti di strumenti per essere forza di governo e, perciò in grado di recuperare il consenso elettorale perduto negli ultimi anni e capace di costruire coerenti alleanze con le altre forze del centrosinistra. E' chiaro che a questo scopo sono necessarie una organizzazione ed una struttura, altrimenti la costruzione manca delle fondamenta per stare in piedi e funzionare.
Si è parlato di una struttura a rete, valida per la partecipazione diffusa e per collegarci fra di noi e sul territorio, ma non sufficiente di per sé a raggiungere e implicare tutto il popolo della sinistra: questo richiede di coinvolgerlo nelle proposte di soluzione, richiede democrazia interna, capacità di relazione, di ascolto, di dialogo, e radicamento sul territorio. Queste, oltre la capacità politica, dovrebbero essere le doti dei dirigenti, non la fedeltà di parte né l'obbedienza acritica come talvolta è avvenuto. La partecipazione non ha niente a che fare con il populismo, tanto meno con il plebiscitarismo; si tratta di convincere e non di vincere, ed in questo processo tutti gli interlocutori danno e ricevono qualcosa, ed alla fine sono diversi, hanno qualcosa in più.
Tutto questo evoca uno degli strumenti di analisi e conoscenza della realtà tradizionali della Sinistra, l’inchiesta, molto diffusa e praticata sul campo in un passato non molto remoto e che si è sempre rivelato una strumento efficace di coinvolgimento, di partecipazione e di discussione, che oggi è praticamente scomparso, sostituito dai sondaggi, estremamente distorcenti della realtà.
Oggi il nostro obbiettivo comune è la Costituente della Sinistra, da perseguire con urgenza, peraltro evitando gli obbiettivi intermedi politicisti che hanno distrutto la Sinistra arcobaleno, come ad esempio la formazione di liste prima di essere davvero UN soggetto politico. La sommatoria non funziona mai politicamente, e costruire un soggetto unico non è una passeggiata, ma è l’unica possibilità di avere nel paese una Sinistra, non autoreferenziale e con lo sguardo rivolto all'indietro. C'è bisogno di un Partito che si faccia carico dei problemi della realtà di oggi, di questo capitalismo globalizzato, diverso e peggiore rispetto a quello che abbiamo conosciuto nel dopoguerra.
Grazia Paoletti, Simona Zoccola - Associazione Luigi Longo

sabato 19 luglio 2008

I GIOVANI E LA POLITICA

Grazia Paoletti

Molte recenti indagini, studi, articoli di stampa, tesi di laurea hanno indagato l’universo dei giovani di oggi, con diversi obbiettivi, diverse modalità di rilevazione e di determinazione dei campioni. Anche la TV purtroppo fornisce fictions peraltro di basso livello e spesso contestate da coloro che si vorrebbe rappresentare ed interpretare sui giovani, sulla loro vita a scuola e nella società; esse sono insieme semplificatrici e distorcenti.
Alcune ricerche e tesi di laurea si propongono in particolare di descrivere il rapporto fra i giovani e la politica. Compito non facile e risultati non univoci.
Per persone della generazione mia e di quelle circostanti,che hanno attraversato la seconda metà degli anni 60 e la prima degli anni 70 più o meno attivamente ma comunque molto consapevolmente, risulta abbastanza sconcertante (e deprimente) vedere come dagli anni 80 in poi l’interesse politico da parte dei giovani sia in continua e progressiva diminuzione. Chi per qualche ragione ha operato nel mondo della scuola, dell’università, o comunque si è occupato delle più giovani generazioni, di coloro che hanno oggi dai 16 ai 35 anni circa, aveva già percepito questa assenza d’interesse che le indagini confermano.
Emerge, e non da oggi, un ripiegamento nel privato, un allontanamento dalla sfera pubblica ed in particolare dalla politica; situazione certamente indotta anche dalla attuale condizione giovanile che si caratterizza per incertezza, precarietà, dipendenza obbligata dalla famiglia e convivenza con questa fino a età avanzata, mutamento dei valori, modelli ed esempi nella società non certo edificanti, debolezza della scuola o comunque distanza dei processi formativi e dei formatori dal vissuto, dall’esperienza, spesso dalle esigenze e aspettative dei giovani, da cui deriva una reciproca sfiducia. Infatti è molto diffusa la mancanza di fiducia nella politica (“sono tutti uguali”) e nelle istituzioni. Non a caso ad ogni elezione aumenta il numero degli astenuti. L’erosione della fiducia è generalizzata, riguarda tutti i tipi di istituzioni, ma tocca soprattutto quelle politico-amministrative. Le varie indagini condotte sull’atteggiamento dei giovani mostrano un declino della fiducia nei governi nella maggior parte degli Stati industrializzati.
Da questa sfiducia derivano, e si stanno già manifestando in alcune città, anche quelle ritenute culla di civiltà, le iniziative di “fai da te” (che spesso sfociano in soprusi o violenze immotivati) come le ronde di cittadini benpensanti del Nord-est o le ronde di giovani fascisti (Azione Giovani) sostenute da AN locale a Firenze.
I giovani oggi devono lottare ogni giorno contro diversi fattori che rendono sempre più difficili le loro condizioni sociali. La politica non si occupa veramente di loro (nonostante si siano succeduti vari ministri con questo incarico), di quello che pensano, di chi sono; ci se ne ricorda solo vicino alle elezioni, guardandoli comunque come un insieme generico ed uniforme di possibili elettori e non come individui differenziati nei valori, nelle idee, nei bisogni.
L’attenzione dei giovani si è spostata progressivamente sul versante privato della vita: nel migliore dei casi studiare, lavorare, far carriera; nel peggiore, consumare e far denaro comunque. L’impegno, quando esiste, si manifesta in una partecipazione alle associazioni di impegno sociale e di volontariato, raramente a quelle politiche. Gli spazi associativi danno la possibilità di confrontarsi, di costruire la propria identità attraverso la differenziazione dagli altri e l’identificazione negli altri. Questo dimostra che esiste in alcuni giovani una generica propensione all’ impegno, ma comunque vi manca un disegno a lungo termine, una visione di un mondo diverso, di una polis da contribuire a costruire appunto attraverso la politica.
Indizi del riflusso, in atto non da oggi, emergono da varie fonti.
Una interessante indagine commissionata alla SWG dal Partito democratico e pubblicata su L’Unità del 27 aprile con il commento di Livia Turco riporta dati definiti nell’occhiello “confortanti”. E’ una opinione che non condivido.
Nel marzo 2008 sono stati sondati un campione di 600 giovani in età 16-35.
Già la parola sondati è indisponente, poiché tutti siamo stati sommersi in continuazione da sondaggi, i più svariati, la cui attendibilità è risultata ben scarsa. Ma soprattutto sono strumenti estremamente superficiali e basati su campioni numericamente limitatissimi. Nella mia generazione siamo stati abituati a fare inchiesta, che è tuttaltra cosa, una immersione a tutto campo in realtà complesse (una fabbrica, un settore produttivo, un distretto industriale, un gruppo sociale.) L’ inchiesta forniva elementi certi di analisi sui quali basarsi per identificare problemi, predisporre strumenti, elaborare un progetto ed operare politicamente per realizzarlo, il tutto coinvolgendo in tali fasi i soggetti implicati.
Nel campione esaminato risulta che il 60% dei giovani si “interessa” di politica. Peraltro solo il 7% è impegnato politicamente, il 62% si limita a tenersi al corrente, il 13% è disgustato ed il 6% indifferente.
Per rappresentare la politica le prime tre parole usate sono: corruzione, potere, ipocrisia, tutte con valori ben oltre il 40%.
Invece le analoghe parole della mia generazione sopra citata erano: ideale, passione, democrazia, partecipazione, giustizia: tutte peraltro presenti nelle risposte al questionario, ma con valori compresi appena fra il 10% e il 25%.
Tuttavia queste nostre parole ancora si ritrovano per esprimere ciò che dovrebbe essere oggi la politica secondo i giovani sondati. Giustizia per il 65%, democrazia 58%, ideale, partecipazione, progetto, passione dal 42% al 29%; ideologia il 12%, potere il 4%. Quindi c’è un’idea positiva, forse una aspirazione, che non trova peraltro risposte nella realtà.
La politica ed i politici infatti non riscuotono, e mi permetto di dire a buona ragione, la fiducia dei giovani: il 32% non ha nessuna fiducia negli uomini politici italiani, il 54% poca; solo l’11% molta (1) o abbastanza (10).
La domanda sui valori fondamentali della vita vede ai primi posti, per importanza, la famiglia 63%, l’amore 59%, l’amicizia 46%; un po’ distante la salute 25%. Da tali dati emerge chiaramente l’individualismo dei valori. La libertà ottiene il 19%, peraltro intesa come situazione individuale e non politico-sociale; il lavoro è al 13%, la giustizia e la sicurezza economica ambedue all’11%, poi vi sono altri valori individuali come il rispetto al 15%, l’onestà al 13%, la lealtà 8%, la sincerità 5%. Ultimi sono due valori con un portato collettivo, istruzione e solidarietà, al 4%. Sconfortante, anche senza fare il paragone con i valori di un passato recente, dove ai primi posti stavano giustizia, libertà, solidarietà, qualunque fosse la situazione economica e sociale del giovane: erano infatti concetti unificanti.
Il concetto di “sinistra” nel campione si identifica soprattutto con la difesa delle fasce più deboli, dei lavoratori, con il pacifismo e la parità fra i sessi. La lotta al capitalismo come un obbiettivo è indicata dal 46% della parte di campione che si dichiara di centrosinistra, nella quale emergono forti (fra il 70% e l’80%) valori identificativi come laicità, giustizia, solidarietà. La parità fra i sessi marca visita.
Anche da questa indagine dunque emerge un quadro prevalentemente di estraneità fra i giovani e la politica, della quale peraltro le cause vanno equamente distribuite fra la società circostante, la inadeguatezza del sistema formativo, la debolezza educativa di gran parte delle famiglie, divise fra quelle che scaricano la responsabilità della formazione dei figli riempiendoli di doni e soldi e quelle impegnate quotidianamente a lottare con i redditi insufficienti. Come dice il sociologo De Masi, oggi ai giovani mancano le agenzie di socializzazione, la famiglia e la scuola che non svolgono più alcun ruolo in questo senso. Altre cause risultano essere le squallide performances della politica (con rare e scarse eccezioni), le promesse non mantenute, l’opportunismo, i giochi di potere, i cattivi esempi che vengono dall’alto (da tangentopoli ad oggi). I furbetti alla Ricucci ed i furboni alla Fiorani sono dati quasi per scontati nel panorama politico e civile attuale; non suscitano scandalo, anzi talvolta invidia per le opportunità che hanno saputo cogliere. Tutto ciò genera cinismo.
D’altra parte si vede come alcuni giovani hanno un approccio alla politica attraverso i Comuni, l’ente territoriale più vicino ai cittadini.
Da una indagine ANCI Giovani in collaborazione con CITTALIA e SWG-Publica RES emerge che negli ultimi 3 anni c’è stato un aumento di interesse per la politica nel 50% degli intervistati (2600 di cui 2000 sotto i 34 e 600 sopra i 35 anni), i quali guardano al proprio Comune come a una palestra politica. Nei Comuni il 19% degli amministratori ha meno di 35 anni, ed è la percentuale maggiore rispetto a tutti gli enti superiori, che mostrano il minimo del 2,2% fra i deputati (del precedente Parlamento), ma sono tutti comunque a una cifra. Il Comune si conferma il trampolino della politica e il 90% degli intervistati sostiene che bisogna partecipare alla vita del proprio Comune, pur lamentando lo scarso peso attuale. Evidentemente la estraneità della politica si sente meno quanto più l’ambito è vicino alla vita quotidiana dei giovani. Anche questo deve essere oggetto di riflessione.
Da quando una trentina di anni fà Enrico Berlinguer, largamente inascoltato anche dai suoi, sollevò la questione morale, lanciando l’allarme sulla degenerazione dei partiti, divenuti trampolini di carriera, agenzie di collocamento, e non più elementi di organizzazione della società per modificarla, il nostro paese ne è stato progressivamente sommerso; i giovani di cui si tratta sono figli di questo clima.
Ai giovani oggi mancano totalmente dei punti di riferimento credibili, di cui essi hanno bisogno, grandi figure che possano essere di esempio, di guida morale, eletti addirittura a simboli come Che Guevara, Gandhi, John e Robert Kennedy, Enrico Berlinguer stesso.
Con Enrico Berlinguer nel ’75-’76 il PCI registrò una esplosione di adesioni soprattutto da parte di giovani che individuarono in lui un leader morale oltre che una figura positiva della politica. Un altro esempio è quello di Luigi Longo, che nel ’68 riuscì a gestire la situazione aprendo al movimento dei giovani per cui nel ’69 si realizzo l’alleanza studenti-operai. I giovani hanno bisogno di queste figure, non necessariamente organizzatori di movimento, ma punti di riferimento, persone che hanno quel di più di carisma che travalica l’ideologia e la cui indicazione politica ha un legame coerente con il loro comportamento, con la loro vita.

giovedì 17 luglio 2008

Riflessioni su economia e lavoro

a cura di Grazia Paoletti e Piercarlo Albertosi

Nel sistema capitalistico vediamo affermata da decenni la prevalenza delle teorie macroeconomiche monetariste e delle relative politiche monetarie, il cui primo obbiettivo è eliminare l’instabilità dei sistemi economici moderni per mantenere la stabilità dei prezzi e quindi del valore della moneta. . Sul versante della politica economica l’unico intervento per così dire legittimato sul mercato reale appare la cosiddetta politica dalla parte dell’offerta, cioè favorire la stabilità dei prezzi e lo stimolo alla crescita attraverso incentivi alle imprese. Questo tipo d’intervento gode di grande popolarità fin dagli anni di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Gran Bretagna. Si tratta di incentivi all’ offerta e di forti riduzioni delle aliquote d’imposte e della progressività delle stesse. Tutto questo al fine di aumentare la remunerazione netta dei fattori come il risparmio, gli investimenti, il lavoro, che promuovono la crescita,. Mentre la teoria keynesiana afferma il ruolo essenziale della domanda aggregata, cioè della spesa in consumi ed investimenti, per accrescere il prodotto nazionale e l’occupazione. All’inizio dell’amministrazione Reagan c’era una forte aspettativa di ripresa economica e di crescita del prodotto reale, il PNL, ma in realtà le politiche dal lato dell’offerta determinarono un tasso di crescita effettivo circa della metà rispetto a quello previsto. Al contrario delle previsioni, il gettito fiscale diminuì generando l’aumento del disavanzo del bilancio federale, l’inflazione diminuì ma fu pagato un prezzo altissimo in termini di disoccupazione, diminuì bruscamente il tasso di risparmio nazionale e nel periodo 81-83 si manifestò una profonda recessione, come descrive il premio Nobel Paul Samuelson.
Ebbene, oggi nel 2008 è molto importante che un illustre economista riaffermi i principi della politica economica keynesiana basata sul ruolo fondamentale della domanda. Mi riferisco all’intervista del Prof. Giorgio Lunghini ordinario di Economia politica all’Università di Pavia su L’Unità del 12 luglio.
L’economia dell’Italia è in costante declino, il paese è stretto in notevoli difficoltà internazionali, la BCE è accanitamente monetarista. In questo quadro Lunghini propone l’aumento di salari e stipendi per rilanciare i consumi dei ceti sociali a basso reddito che hanno una elevata propensione al consumo. Egli sostiene con forza la necessità diuna redistribuzione del reddito attraverso l’aumento del prelievo sui redditi alti e rilancia il concetto di progressività dell’imposta conformemente al dettato costituzionale. Insomma, è una voce oggi assolutamente fuori dal coro, che ci indica l’unica ragionevole strada da intraprendere, non solo per una questione di giustizia sociale, ma per far crescere l’economia: “basta frequentare un corso base di economia per saperlo”, egli sostiene.
Ancora. Su Il Manifesto del 3 luglio commentando il Rapporto sullo stato sociale 2008 elaborato dal Dipartimento di economia pubblica della Sapienza di Roma e dal CRISS e curato dal Prof. Felice Roberto Pizzuti, docente di economia pubblica alla Sapienza, quest’ultimo mette in rilievo che negli ultimi anni pur senza trovare adeguate verifiche empiriche si è diffusa la tesi secondo la quale la spesa e l’azione dello stato sociale frenerebbero la crescita economica e dunque per favorire lo sviluppo dovrebbero essere contenute. Questo può essere usato per giustificare interventi restrittivi sul welfare con lo spostamento dei rischi dalle imprese e dalla collettività ai singoli lavoratori, come difatti sta avvenendo. Invece appare chiaro che in tal caso la domanda si riduce e frena la crescita. Al contrario “i paesi europei più avanzati si distinguono per un circolo virtuoso in cui il welfare state (e dunque la spesa pubblica) favorisce innovazione produttiva, competitività e crescita, facilitando la stessa capacità di finanziamento della spesa sociale”.
Il governatore Draghi a Montecitorio parlando del DPEF ha spiegato che il contesto internazionale è difficile ed ha sottolineato la necessità di ridurre le aliquote d’imposte “per i lavoratori e per le imprese” per rafforzare la crescita, e di restituire il drenaggio fiscale per sostenere il reddito disponibile delle famiglie. Tuttavia i due gruppi sociali destinatari di tali interventi non possono essere messi sullo stesso piano a livello di effetti espansivi sulla crescita proprio in base alla diversa propensione marginale al consumo di soggetti con diversi livelli di reddito (anche senza parlare di equità sociale!).
Un importante accenno troviamo in Lunghini anche a proposito della produttività, che non cresce abbassando i salari, ma dipende dalle scelte imprenditoriali. Investimenti, innovazione, formazione, sicurezza sul lavoro, benessere nelle condizioni di lavoro. Invece le condizioni di lavoro e la sicurezza peggiorano notevolmente, l’intensità del lavoro in Italia è aumentata di 28 punti percentuali, e si detassano pure gli straordinari! Dalla seconda metà degli anni novanta i problemi mentali legati al lavoro, come stress,insonnia e crisi d’ansia sono aumentati del 3,2%. Non mi pare che siano forieri di crescita della produttività.
Del resto basta leggere anche solo i quotidiani per rilevare la drammaticità della questione salariale in Italia. Gli italiani guadagnano meno della media dei 30 paesi dell’OCSE e meno degli europei. Evidentemente se il costo del lavoro fosse davvero inversamente proporzionale alla produttività dovremmo, relativamente a quest’ultima, essere in cima alla classifica!
Il lavoratore medio guadagna circa la metà di un collega scandinavo, paga uguali tasse e non ottiene in cambio uguali servizi e sussidi.
L'aumento del petrolio insieme a quello collegato dei carburanti e di conseguenza delle tariffe essenziali (luce e gas), oltre ai generi alimentari cresciuti praticamente tutti (ma soprattutto quelli più importanti dal punto di vista sociale, i prodotti alimentari di base legati al grano) hanno generato una crescita non trascurabile dell'inflazione.
Questo dato deve essere collegato a quelli sulla povertà nel nostro paese forniti recentmente dalla Caritas, che mostrano come la situazione si sia ulteriormente aggravata, addirittura anche rispetto al rapporto Istat pubblicato all'inizio dell'estate 2007. Se poi aggiungiamo i bassi livelli dei salari sopra citati, che hanno determinato anche in Italia il fenomeno dei "lavoratori poveri", tutto ciò induce a riflettere sull'opportunità, anzi la necessità ed urgenza di riparlare di un adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni al costo della vita.
A tale proposito si sono già cominciati a leggere su quotidiani e riviste vari articoli allarmati di economisti o industriali che paventano la reintroduzione della scala mobile.
La salvaguardia del valore reale delle retribuzioni dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti a fronte della crescita dell'inflazione e delle tariffe essenziali rappresenta, prima di tutto, l'attuazione del dettato costituzionale ex art.36: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."
Ebbene è necessario formulare una proposta sull’adeguamento delle retribuzioni al costo della vita.
Il ridimensionamento progressivo del reddito reale dei lavoratori dipendenti contribuisce, oltre tutto, a contrarre i consumi ed il relativo mercato interno, senza che a ciò corrisponda alcun beneficio in termini occupazionali, come invece hanno sempre sostenuto i fautori della liquidazione della scala mobile.
Il meccanismo di indicizzazione dovrebbe prevedere che, qualora l'inflazione reale si riveli superiore a quella programmata, la differenza corrispondente alla diminuzione del valore reale delle retribuzioni venga inserita nella busta paga dei dipendenti entro il primo mese dell'anno successivo a quello di riferimento. Nulla sarebbe dovuto se l'inflazione reale coincidesse con quella programmata. Il meccanismo interviene solo se si verifica uno scostamento fra la realtà e le previsioni. E potrebbe anche fungere da deterrente nei confronti di tendenze all'ulteriore innalzamento dei prezzi. Inoltre questo strumento di indicizzazione automatica non viola la contrattazione fra le parti sociali né vi si sostituisce, ma lascia inalterati i contenuti degli accordi sindacali vigenti. Ci permettiamo dunque di ricordare con forza alla Sinistra questo problema.


16 luglio 2008