sabato 19 luglio 2008

I GIOVANI E LA POLITICA

Grazia Paoletti

Molte recenti indagini, studi, articoli di stampa, tesi di laurea hanno indagato l’universo dei giovani di oggi, con diversi obbiettivi, diverse modalità di rilevazione e di determinazione dei campioni. Anche la TV purtroppo fornisce fictions peraltro di basso livello e spesso contestate da coloro che si vorrebbe rappresentare ed interpretare sui giovani, sulla loro vita a scuola e nella società; esse sono insieme semplificatrici e distorcenti.
Alcune ricerche e tesi di laurea si propongono in particolare di descrivere il rapporto fra i giovani e la politica. Compito non facile e risultati non univoci.
Per persone della generazione mia e di quelle circostanti,che hanno attraversato la seconda metà degli anni 60 e la prima degli anni 70 più o meno attivamente ma comunque molto consapevolmente, risulta abbastanza sconcertante (e deprimente) vedere come dagli anni 80 in poi l’interesse politico da parte dei giovani sia in continua e progressiva diminuzione. Chi per qualche ragione ha operato nel mondo della scuola, dell’università, o comunque si è occupato delle più giovani generazioni, di coloro che hanno oggi dai 16 ai 35 anni circa, aveva già percepito questa assenza d’interesse che le indagini confermano.
Emerge, e non da oggi, un ripiegamento nel privato, un allontanamento dalla sfera pubblica ed in particolare dalla politica; situazione certamente indotta anche dalla attuale condizione giovanile che si caratterizza per incertezza, precarietà, dipendenza obbligata dalla famiglia e convivenza con questa fino a età avanzata, mutamento dei valori, modelli ed esempi nella società non certo edificanti, debolezza della scuola o comunque distanza dei processi formativi e dei formatori dal vissuto, dall’esperienza, spesso dalle esigenze e aspettative dei giovani, da cui deriva una reciproca sfiducia. Infatti è molto diffusa la mancanza di fiducia nella politica (“sono tutti uguali”) e nelle istituzioni. Non a caso ad ogni elezione aumenta il numero degli astenuti. L’erosione della fiducia è generalizzata, riguarda tutti i tipi di istituzioni, ma tocca soprattutto quelle politico-amministrative. Le varie indagini condotte sull’atteggiamento dei giovani mostrano un declino della fiducia nei governi nella maggior parte degli Stati industrializzati.
Da questa sfiducia derivano, e si stanno già manifestando in alcune città, anche quelle ritenute culla di civiltà, le iniziative di “fai da te” (che spesso sfociano in soprusi o violenze immotivati) come le ronde di cittadini benpensanti del Nord-est o le ronde di giovani fascisti (Azione Giovani) sostenute da AN locale a Firenze.
I giovani oggi devono lottare ogni giorno contro diversi fattori che rendono sempre più difficili le loro condizioni sociali. La politica non si occupa veramente di loro (nonostante si siano succeduti vari ministri con questo incarico), di quello che pensano, di chi sono; ci se ne ricorda solo vicino alle elezioni, guardandoli comunque come un insieme generico ed uniforme di possibili elettori e non come individui differenziati nei valori, nelle idee, nei bisogni.
L’attenzione dei giovani si è spostata progressivamente sul versante privato della vita: nel migliore dei casi studiare, lavorare, far carriera; nel peggiore, consumare e far denaro comunque. L’impegno, quando esiste, si manifesta in una partecipazione alle associazioni di impegno sociale e di volontariato, raramente a quelle politiche. Gli spazi associativi danno la possibilità di confrontarsi, di costruire la propria identità attraverso la differenziazione dagli altri e l’identificazione negli altri. Questo dimostra che esiste in alcuni giovani una generica propensione all’ impegno, ma comunque vi manca un disegno a lungo termine, una visione di un mondo diverso, di una polis da contribuire a costruire appunto attraverso la politica.
Indizi del riflusso, in atto non da oggi, emergono da varie fonti.
Una interessante indagine commissionata alla SWG dal Partito democratico e pubblicata su L’Unità del 27 aprile con il commento di Livia Turco riporta dati definiti nell’occhiello “confortanti”. E’ una opinione che non condivido.
Nel marzo 2008 sono stati sondati un campione di 600 giovani in età 16-35.
Già la parola sondati è indisponente, poiché tutti siamo stati sommersi in continuazione da sondaggi, i più svariati, la cui attendibilità è risultata ben scarsa. Ma soprattutto sono strumenti estremamente superficiali e basati su campioni numericamente limitatissimi. Nella mia generazione siamo stati abituati a fare inchiesta, che è tuttaltra cosa, una immersione a tutto campo in realtà complesse (una fabbrica, un settore produttivo, un distretto industriale, un gruppo sociale.) L’ inchiesta forniva elementi certi di analisi sui quali basarsi per identificare problemi, predisporre strumenti, elaborare un progetto ed operare politicamente per realizzarlo, il tutto coinvolgendo in tali fasi i soggetti implicati.
Nel campione esaminato risulta che il 60% dei giovani si “interessa” di politica. Peraltro solo il 7% è impegnato politicamente, il 62% si limita a tenersi al corrente, il 13% è disgustato ed il 6% indifferente.
Per rappresentare la politica le prime tre parole usate sono: corruzione, potere, ipocrisia, tutte con valori ben oltre il 40%.
Invece le analoghe parole della mia generazione sopra citata erano: ideale, passione, democrazia, partecipazione, giustizia: tutte peraltro presenti nelle risposte al questionario, ma con valori compresi appena fra il 10% e il 25%.
Tuttavia queste nostre parole ancora si ritrovano per esprimere ciò che dovrebbe essere oggi la politica secondo i giovani sondati. Giustizia per il 65%, democrazia 58%, ideale, partecipazione, progetto, passione dal 42% al 29%; ideologia il 12%, potere il 4%. Quindi c’è un’idea positiva, forse una aspirazione, che non trova peraltro risposte nella realtà.
La politica ed i politici infatti non riscuotono, e mi permetto di dire a buona ragione, la fiducia dei giovani: il 32% non ha nessuna fiducia negli uomini politici italiani, il 54% poca; solo l’11% molta (1) o abbastanza (10).
La domanda sui valori fondamentali della vita vede ai primi posti, per importanza, la famiglia 63%, l’amore 59%, l’amicizia 46%; un po’ distante la salute 25%. Da tali dati emerge chiaramente l’individualismo dei valori. La libertà ottiene il 19%, peraltro intesa come situazione individuale e non politico-sociale; il lavoro è al 13%, la giustizia e la sicurezza economica ambedue all’11%, poi vi sono altri valori individuali come il rispetto al 15%, l’onestà al 13%, la lealtà 8%, la sincerità 5%. Ultimi sono due valori con un portato collettivo, istruzione e solidarietà, al 4%. Sconfortante, anche senza fare il paragone con i valori di un passato recente, dove ai primi posti stavano giustizia, libertà, solidarietà, qualunque fosse la situazione economica e sociale del giovane: erano infatti concetti unificanti.
Il concetto di “sinistra” nel campione si identifica soprattutto con la difesa delle fasce più deboli, dei lavoratori, con il pacifismo e la parità fra i sessi. La lotta al capitalismo come un obbiettivo è indicata dal 46% della parte di campione che si dichiara di centrosinistra, nella quale emergono forti (fra il 70% e l’80%) valori identificativi come laicità, giustizia, solidarietà. La parità fra i sessi marca visita.
Anche da questa indagine dunque emerge un quadro prevalentemente di estraneità fra i giovani e la politica, della quale peraltro le cause vanno equamente distribuite fra la società circostante, la inadeguatezza del sistema formativo, la debolezza educativa di gran parte delle famiglie, divise fra quelle che scaricano la responsabilità della formazione dei figli riempiendoli di doni e soldi e quelle impegnate quotidianamente a lottare con i redditi insufficienti. Come dice il sociologo De Masi, oggi ai giovani mancano le agenzie di socializzazione, la famiglia e la scuola che non svolgono più alcun ruolo in questo senso. Altre cause risultano essere le squallide performances della politica (con rare e scarse eccezioni), le promesse non mantenute, l’opportunismo, i giochi di potere, i cattivi esempi che vengono dall’alto (da tangentopoli ad oggi). I furbetti alla Ricucci ed i furboni alla Fiorani sono dati quasi per scontati nel panorama politico e civile attuale; non suscitano scandalo, anzi talvolta invidia per le opportunità che hanno saputo cogliere. Tutto ciò genera cinismo.
D’altra parte si vede come alcuni giovani hanno un approccio alla politica attraverso i Comuni, l’ente territoriale più vicino ai cittadini.
Da una indagine ANCI Giovani in collaborazione con CITTALIA e SWG-Publica RES emerge che negli ultimi 3 anni c’è stato un aumento di interesse per la politica nel 50% degli intervistati (2600 di cui 2000 sotto i 34 e 600 sopra i 35 anni), i quali guardano al proprio Comune come a una palestra politica. Nei Comuni il 19% degli amministratori ha meno di 35 anni, ed è la percentuale maggiore rispetto a tutti gli enti superiori, che mostrano il minimo del 2,2% fra i deputati (del precedente Parlamento), ma sono tutti comunque a una cifra. Il Comune si conferma il trampolino della politica e il 90% degli intervistati sostiene che bisogna partecipare alla vita del proprio Comune, pur lamentando lo scarso peso attuale. Evidentemente la estraneità della politica si sente meno quanto più l’ambito è vicino alla vita quotidiana dei giovani. Anche questo deve essere oggetto di riflessione.
Da quando una trentina di anni fà Enrico Berlinguer, largamente inascoltato anche dai suoi, sollevò la questione morale, lanciando l’allarme sulla degenerazione dei partiti, divenuti trampolini di carriera, agenzie di collocamento, e non più elementi di organizzazione della società per modificarla, il nostro paese ne è stato progressivamente sommerso; i giovani di cui si tratta sono figli di questo clima.
Ai giovani oggi mancano totalmente dei punti di riferimento credibili, di cui essi hanno bisogno, grandi figure che possano essere di esempio, di guida morale, eletti addirittura a simboli come Che Guevara, Gandhi, John e Robert Kennedy, Enrico Berlinguer stesso.
Con Enrico Berlinguer nel ’75-’76 il PCI registrò una esplosione di adesioni soprattutto da parte di giovani che individuarono in lui un leader morale oltre che una figura positiva della politica. Un altro esempio è quello di Luigi Longo, che nel ’68 riuscì a gestire la situazione aprendo al movimento dei giovani per cui nel ’69 si realizzo l’alleanza studenti-operai. I giovani hanno bisogno di queste figure, non necessariamente organizzatori di movimento, ma punti di riferimento, persone che hanno quel di più di carisma che travalica l’ideologia e la cui indicazione politica ha un legame coerente con il loro comportamento, con la loro vita.

giovedì 17 luglio 2008

Riflessioni su economia e lavoro

a cura di Grazia Paoletti e Piercarlo Albertosi

Nel sistema capitalistico vediamo affermata da decenni la prevalenza delle teorie macroeconomiche monetariste e delle relative politiche monetarie, il cui primo obbiettivo è eliminare l’instabilità dei sistemi economici moderni per mantenere la stabilità dei prezzi e quindi del valore della moneta. . Sul versante della politica economica l’unico intervento per così dire legittimato sul mercato reale appare la cosiddetta politica dalla parte dell’offerta, cioè favorire la stabilità dei prezzi e lo stimolo alla crescita attraverso incentivi alle imprese. Questo tipo d’intervento gode di grande popolarità fin dagli anni di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Gran Bretagna. Si tratta di incentivi all’ offerta e di forti riduzioni delle aliquote d’imposte e della progressività delle stesse. Tutto questo al fine di aumentare la remunerazione netta dei fattori come il risparmio, gli investimenti, il lavoro, che promuovono la crescita,. Mentre la teoria keynesiana afferma il ruolo essenziale della domanda aggregata, cioè della spesa in consumi ed investimenti, per accrescere il prodotto nazionale e l’occupazione. All’inizio dell’amministrazione Reagan c’era una forte aspettativa di ripresa economica e di crescita del prodotto reale, il PNL, ma in realtà le politiche dal lato dell’offerta determinarono un tasso di crescita effettivo circa della metà rispetto a quello previsto. Al contrario delle previsioni, il gettito fiscale diminuì generando l’aumento del disavanzo del bilancio federale, l’inflazione diminuì ma fu pagato un prezzo altissimo in termini di disoccupazione, diminuì bruscamente il tasso di risparmio nazionale e nel periodo 81-83 si manifestò una profonda recessione, come descrive il premio Nobel Paul Samuelson.
Ebbene, oggi nel 2008 è molto importante che un illustre economista riaffermi i principi della politica economica keynesiana basata sul ruolo fondamentale della domanda. Mi riferisco all’intervista del Prof. Giorgio Lunghini ordinario di Economia politica all’Università di Pavia su L’Unità del 12 luglio.
L’economia dell’Italia è in costante declino, il paese è stretto in notevoli difficoltà internazionali, la BCE è accanitamente monetarista. In questo quadro Lunghini propone l’aumento di salari e stipendi per rilanciare i consumi dei ceti sociali a basso reddito che hanno una elevata propensione al consumo. Egli sostiene con forza la necessità diuna redistribuzione del reddito attraverso l’aumento del prelievo sui redditi alti e rilancia il concetto di progressività dell’imposta conformemente al dettato costituzionale. Insomma, è una voce oggi assolutamente fuori dal coro, che ci indica l’unica ragionevole strada da intraprendere, non solo per una questione di giustizia sociale, ma per far crescere l’economia: “basta frequentare un corso base di economia per saperlo”, egli sostiene.
Ancora. Su Il Manifesto del 3 luglio commentando il Rapporto sullo stato sociale 2008 elaborato dal Dipartimento di economia pubblica della Sapienza di Roma e dal CRISS e curato dal Prof. Felice Roberto Pizzuti, docente di economia pubblica alla Sapienza, quest’ultimo mette in rilievo che negli ultimi anni pur senza trovare adeguate verifiche empiriche si è diffusa la tesi secondo la quale la spesa e l’azione dello stato sociale frenerebbero la crescita economica e dunque per favorire lo sviluppo dovrebbero essere contenute. Questo può essere usato per giustificare interventi restrittivi sul welfare con lo spostamento dei rischi dalle imprese e dalla collettività ai singoli lavoratori, come difatti sta avvenendo. Invece appare chiaro che in tal caso la domanda si riduce e frena la crescita. Al contrario “i paesi europei più avanzati si distinguono per un circolo virtuoso in cui il welfare state (e dunque la spesa pubblica) favorisce innovazione produttiva, competitività e crescita, facilitando la stessa capacità di finanziamento della spesa sociale”.
Il governatore Draghi a Montecitorio parlando del DPEF ha spiegato che il contesto internazionale è difficile ed ha sottolineato la necessità di ridurre le aliquote d’imposte “per i lavoratori e per le imprese” per rafforzare la crescita, e di restituire il drenaggio fiscale per sostenere il reddito disponibile delle famiglie. Tuttavia i due gruppi sociali destinatari di tali interventi non possono essere messi sullo stesso piano a livello di effetti espansivi sulla crescita proprio in base alla diversa propensione marginale al consumo di soggetti con diversi livelli di reddito (anche senza parlare di equità sociale!).
Un importante accenno troviamo in Lunghini anche a proposito della produttività, che non cresce abbassando i salari, ma dipende dalle scelte imprenditoriali. Investimenti, innovazione, formazione, sicurezza sul lavoro, benessere nelle condizioni di lavoro. Invece le condizioni di lavoro e la sicurezza peggiorano notevolmente, l’intensità del lavoro in Italia è aumentata di 28 punti percentuali, e si detassano pure gli straordinari! Dalla seconda metà degli anni novanta i problemi mentali legati al lavoro, come stress,insonnia e crisi d’ansia sono aumentati del 3,2%. Non mi pare che siano forieri di crescita della produttività.
Del resto basta leggere anche solo i quotidiani per rilevare la drammaticità della questione salariale in Italia. Gli italiani guadagnano meno della media dei 30 paesi dell’OCSE e meno degli europei. Evidentemente se il costo del lavoro fosse davvero inversamente proporzionale alla produttività dovremmo, relativamente a quest’ultima, essere in cima alla classifica!
Il lavoratore medio guadagna circa la metà di un collega scandinavo, paga uguali tasse e non ottiene in cambio uguali servizi e sussidi.
L'aumento del petrolio insieme a quello collegato dei carburanti e di conseguenza delle tariffe essenziali (luce e gas), oltre ai generi alimentari cresciuti praticamente tutti (ma soprattutto quelli più importanti dal punto di vista sociale, i prodotti alimentari di base legati al grano) hanno generato una crescita non trascurabile dell'inflazione.
Questo dato deve essere collegato a quelli sulla povertà nel nostro paese forniti recentmente dalla Caritas, che mostrano come la situazione si sia ulteriormente aggravata, addirittura anche rispetto al rapporto Istat pubblicato all'inizio dell'estate 2007. Se poi aggiungiamo i bassi livelli dei salari sopra citati, che hanno determinato anche in Italia il fenomeno dei "lavoratori poveri", tutto ciò induce a riflettere sull'opportunità, anzi la necessità ed urgenza di riparlare di un adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni al costo della vita.
A tale proposito si sono già cominciati a leggere su quotidiani e riviste vari articoli allarmati di economisti o industriali che paventano la reintroduzione della scala mobile.
La salvaguardia del valore reale delle retribuzioni dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti a fronte della crescita dell'inflazione e delle tariffe essenziali rappresenta, prima di tutto, l'attuazione del dettato costituzionale ex art.36: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."
Ebbene è necessario formulare una proposta sull’adeguamento delle retribuzioni al costo della vita.
Il ridimensionamento progressivo del reddito reale dei lavoratori dipendenti contribuisce, oltre tutto, a contrarre i consumi ed il relativo mercato interno, senza che a ciò corrisponda alcun beneficio in termini occupazionali, come invece hanno sempre sostenuto i fautori della liquidazione della scala mobile.
Il meccanismo di indicizzazione dovrebbe prevedere che, qualora l'inflazione reale si riveli superiore a quella programmata, la differenza corrispondente alla diminuzione del valore reale delle retribuzioni venga inserita nella busta paga dei dipendenti entro il primo mese dell'anno successivo a quello di riferimento. Nulla sarebbe dovuto se l'inflazione reale coincidesse con quella programmata. Il meccanismo interviene solo se si verifica uno scostamento fra la realtà e le previsioni. E potrebbe anche fungere da deterrente nei confronti di tendenze all'ulteriore innalzamento dei prezzi. Inoltre questo strumento di indicizzazione automatica non viola la contrattazione fra le parti sociali né vi si sostituisce, ma lascia inalterati i contenuti degli accordi sindacali vigenti. Ci permettiamo dunque di ricordare con forza alla Sinistra questo problema.


16 luglio 2008

lunedì 28 aprile 2008

La prima Festa nazionale dell'ANPI

Nei giorni 20-21-22 giugno si terrà presso la vasta area del Museo Cervi a
Gattatico (RE) la Prima Festa Nazionale dell’ANPI (Associazione Nazionale
Partigiani d’Italia).
Si tratta di un’iniziativa promossa e organizzata in particolare dai giovani
antifascisti su cui l’Associazione sta investendo speranze e passione.
Il tema conduttore della Festa - che verrà sviscerato tra interessanti momenti
di confronto ed eventi musicali - sarà il senso dell’essere "partigiani oggi".
Nell’attuale, delicatissimo passaggio storico italiano, segnato da un generale
malessere sociale, da un pericoloso vuoto di valori condivisi e da
un’aggressiva riproposizione di ideologie fasciste e revisioniste, un richiamo
vivace e profondo agli ideali della Resistenza e della Costituzione della
Repubblica, che hanno assicurato alla nazione pace e democrazia per
sessant’anni, può offrire a tutti gli italiani, ed in particolare ai giovani, la forza
giusta per andare avanti uniti e responsabili.
La prima Festa Nazionale dell’ANPI si concluderà con una grande
manifestazione popolare che farà incontrare partigiani, antifascisti, giovani,
cittadini sensibili in uno spazio che è una suggestiva e preziosa officina della
memoria e del futuro: il Museo Cervi.
IL COMITATO NAZIONALE DELL’A.N.P.I.

lunedì 14 aprile 2008

Interdipendenze tra macro e microeconomia

14 novembre 2007
La Sinistra che vogliamo
Questo intervento dell'Associazione Luigi Longo, intende ampliare il lavoro realizzato dalle compagne e dai compagni del forum ospitato in homepage da aprileonline. In particolare, si tratta di un confronto sulla sintesi "Quali politiche del lavoro" redatta da Elisa Migliaccio e approvata dai partecipanti al gruppo di discussione
Vorremmo aggiungere alcune cose alla sintesi della relazione redatta da Elisa Migliaccio a conclusione della discussione sul forum ospitato da aprileonline "la sinistra che vogliamo" (in alto a destra su questa homepage, ndr.). Infatti riteniamo che per parlare delle politiche del lavoro sia necessario ampliare il quadro di analisi ed il punto di osservazione. Solamente tenendo presenti le interdipendenze fra macro e microeconomia, i reciproci condizionamenti fra i grandi aggregati economici e le situazioni più specifiche con le quali ci si misura nei campi particolari, fra cui quello del lavoro che riveste per la Sinistra un'importanza primaria, si può avere l'ambizione (e dobbiamo averla) di costruire un programma per la Sinistra unita.
1. L'Italia cresce poco come PIL e nella scala della competitività mondiale si colloca al 40mo posto a fronte della Spagna al 22mo e anche dopo Portogallo, Polonia, Ungheria. Secondo l'Economist il nostro mercato del lavoro ed il regime fiscale sono giudicati fra i peggiori del mondo. La burocrazia è pesantissima e poco efficiente, c'è carenza di infrastrutture, il costo dell'energia è di media 4 volte superiore a quello di altri paesi europei. Tutto ciò scoraggia gli investimenti esteri.Il livello della spesa in ricerca e sviluppo sostenuto dal settore pubblico (incluse le Università) è in Italia intorno al 48% mentre la media UE è del 63%. Il sistema produttivo del paese risulta piuttosto statico (con rare eccezioni e punti di eccellenza in alcuni settori e zone prevalentemente del centro-nord): più di 1/3 delle imprese italiane, circa 1 milione e mezzo con 5 milioni di addetti, si è dotato di strutture organizzative e di modelli di comportamento che mirano alla realizzazione di un reddito stabile ritenuto adeguato; pochissime di esse sono tuttavia sensibili ad esigenze e ad incentivi miranti alla modernizzazione, all'investimento in innovazione, all'aggiornamento del modello tradizionale di specializzazione. Infatti, è vero che cresce la specializzazione nel classico made in Italy ma questa crescita avviene con produzioni manifatturiere polverizzate in microstrutture domiciliari nel Mezzogiorno (vedi Gomorra di Saviane) ovvero in paesi dell'Est, con peso crescente per marchi prestigiosi, o dell'Oriente. Anche questo spiega la bassa produttività del paese. Nella grande maggioranza delle aziende italiane di medie dimensioni gli utili di impresa vengono orientati prevalentemente su investimenti esterni, di natura speculativa, finanziari o immobiliari, invece che in reinvestimenti produttivi o in beni capitali per irrobustire le imprese stesse. Fra il 2000 ed il 2006 le grandi imprese hanno investito negli immobili (che non sono abitazioni per famiglie consumatrici) con aumenti dell'88%, anziché in macchinari, calati del-7%. In questa situazione sono necessari interventi per favorire la creazione di ricchezza (reale).
Occorrerebbe, quindi:
- Evitare le agevolazioni a pioggia (come la riduzione generalizzata del cuneo fiscale) ed invece condizionarle a comportamenti virtuosi, premiando la innovazione e la diversificazione degli investimenti aumentando la quantità e la qualità dell'occupazione.- Incentivare la ricerca per l'innovazione, nel settore pubblico e nelle Università attraverso spese ad hoc e qualificazione del lavoro e nel privato attraverso incentivi agli investimenti in innovazione e lavoro, detassando - per esempio - i profitti reinvestiti all'interno delle aziende in beni strumentali.- Investire nella formazione e nella qualificazione del lavoro. - Adeguare la tassazione delle rendite finanziarie ai livelli europei.- Promuovere in sede europea una specie di nuova formulazione della Tobin tax che disincentivi i movimenti di capitale a breve di tipo speculativo, che necessariamente non deve riguardare un solo o pochi paesi.
2. - Dualità del paese e aumento della forbice fra ricchi e poveri.Oltre che crescere meno degli altri paesi europei l'Italia cresce male; infatti aumenta il divario fra centro-nord e sud, fra imprese innovative ed imprese di sussistenza, fra ricchi e poveri,fra donne e uomini, fra giovani, età medie e anziani. Il 20% delle persone più ricche si appropria del 40% del reddito complessivo, mentre il 20% più povero della popolazione dispone del 7,8%. La non equa distribuzione è progressivamente in aumento. Da qualunque punto di vista le situazioni migliori del sud tendono ad essere sempre un po' inferiori a quelle migliori del nord.Come appare dal rapporto ISTAT e dal dati recentissimi della Charitas la povertà è in aumento, con percentuali doppie nel mezzogiorno rispetto al resto del paese.A livello di grandezze macroeconomiche l'insieme del reddito disponibile delle famiglie è rimasto invariato, mentre è aumentata in valore la spesa in consumi poiché è cresciuta in generale l'inflazione e particolarmente i prezzi di alcuni settori, gli alimentari e le tariffe essenziali, riducendo il risparmio delle famiglie che ne disponevano ed aumentando l'indebitamento. E' necessario dunque attivare controlli sui prezzi lungo tutta la filiera produttiva e sulle tariffe.Per attuare una buona politica di welfare che promuova adeguate condizioni materiali di vita per tutti è necessario pensare ad un ventaglio di soluzioni strutturali che vadano oltre le elargizioni monetarie e riguardino le condizioni esistenziali complessive delle persone. Tali politiche, oltre che rispondere all'esigenza dell'equità, possono generare anche opportunità di sviluppo economico e sociale del paese.
3. E' essenziale rivedere la distribuzione del reddito sempre più sbilanciata nei dati macroeconomici a sfavore del lavoro.I salari sono fra i più bassi d'Europa.La questione salariale va affrontata in accordo con le organizzazioni sindacali e nell'ambito degli accordi vigenti. Occorrono interventi di politica dei redditi redistributiva in favore dell'occupazione stabile, dei redditi da lavoro dipendente e delle pensioni.E' necessaria una legislazione per una moderna forma di scala mobile ed inoltre dispositivi per disincentivare l'ingresso di merci provenienti da aree e paesi che non rispettano i diritti sul lavoro come mediamente in Europa sono riconosciuti.Punti essenziali sono anche il controllo del processo lavorativo e delle condizioni di lavoro, la sicurezza sul lavoro, la lotta alla precarietà ed al lavoro nero.Oltre ai controlli adeguati si dovrebbero attivare forme obbligatorie di formazione antinfortunistica per i lavoratori, con spese a carico delle aziende e dello Stato.Il lavoro precario deve essere per l'azienda meno conveniente di quello a tempo indeterminato, e comunque con limiti e quantità rigidi, fatto salvo il part-time concordato nei modi e nei tempi ed immodificabile unilateralmente dall'azienda.Bisogna inoltre intervenire con un miglioramento sui lavori usuranti, anche se nell'ultimo anno alcuni passi avanti sono stati compiuti; sono infatti da eliminare le quote annue di lavoratori con diritto al pensionamento anticipato poiché il diritto alla salute non può essere subordinato alle questioni economiche ed è dubbia la legalità di trattamenti differenziati. Per quanto riguarda i turnisti di notte si è introdotto un numero di turni così alto da essere praticamente impossibile ottenere il diritto al prepensionamento, per cui il riconoscimento resta solo sul piano teorico. Occorre abbassare il numero fino a 60 o al massimo 65 turni annui.La stabilizzazione dei precari dei settori pubblici deve essere fatta attraverso forme coerenti di reclutamento ovvero attraverso concorsi pubblici riconoscendo un punteggio per il lavoro precario svolto. Diversamente si accetterebbe il concetto di una diversificazione delle modalità di assunzione nel pubblico impiego con una sorta di discriminazione verso quanti non hanno potuto accedere neanche al precariato. (Siamo sicuri che l'accesso a forme di precariato nella PA non sia talvolta avvenuto attraverso meccanismi clientelari a scapito di altri?) Comunque la PA deve ricorrere al lavoro precario solo nei casi e con i limiti previsti nei CCNL e dalle esternalizzazioni devono essere tassativamente esclusi i servizi e le attività che sono il "core business" degli stessi, come ad esempio i servizi di cura e di assistenza alla persona per il Servizio Sanitario Nazionale o, per fare un altro esempio, la riscossione di tributi per le pubbliche amministrazioni. Per quanto riguarda gli appalti va anche potenziata o reinserita la norma della responsabilità diretta dell'azienda pubblica appaltante nei confronti delle inadempienze delle aziende cui sono stati assegnati gli appalti.
4. Nel nostro paese il tasso di attività femminile (inserimento nel lavoro delle donne) nel 2006 è il 51%, a fronte del 63% dell'Europa a 15. E soprattutto nel mezzogiorno si registra un progressivo ritiro delle donne dal mercato del lavoro. Al sud i tassi di attività femminile sono fra i più bassi d'Europa. Il persistente modello familista di gestione dei rischi sociali implica che sia sempre il lavoro femminile a risentirne. Questa è la riprova di un sistema di welfare che non sostiene adeguatamente le attività di cura e di assistenza alla famiglia (nonostante l'ossessiva retorica familistica presente) e alimenta la cosiddetta "zona grigia" dell'inattività femminile concentrata per 2/3 nel mezzogiorno. A ciò va posto rimedio.La disoccupazione giovanile e la rinuncia della popolazione femminile a cercare lavoro sono fenomeni preoccupanti oltre che per le condizioni materiali di vita anche per la legalità.Altro fenomeno preoccupante è la ripresa delle migrazioni interne. Anche per questi problemi non è pensabile un' unica soluzione riguardante solo il lavoro in quanto tale, ma occorrono vari interventi integrati e coordinati su tutto il contesto economico, sociale, formativo, occupazionale, insomma c'è bisogno di "una politica" per il mezzogiorno.
5. Immigrati. La relazione esprime bene anche la nostra opinione.
IN CONCLUSIONE IN QUESTO PAESE SONO NECESSARI UNA SERIE DI INTERVENTI DI POLITICA ECONOMICA, FISCALE, SOCIALE E DEL LAVORO coerenti e compatibili, miranti alla crescita della ricchezza, alla equa redistribuzione del reddito, ad un sistema impositivo e di spesa dello Stato che generi uguaglianza dei sacrifici e delle opportunità, alla eliminazione dello sfruttamento e valorizzazione del lavoro, al miglioramento delle condizioni materiali di vita dei lavoratori e dei soggetti più sfavoriti.
Grazia Paoletti e Piercarlo Albertosi (Associazione Luigi Longo)

martedì 8 aprile 2008

Lavoro in turni notturni - Proposta per i gruppi parlamentari



Documento inviato ai gruppi parlamentari di PdCI, Prc e Ds – Novembre 2005

MATERIALI

PER PROPOSTA DI MODIFICA TABELLA A DEL D.Lgs. 374/93 A FAVORE DEI LAVORATORI IN TURNI NOTTURNI
Studio a cura dell’Associazione “Luigi Longo”

Legislazione e normativa di riferimento:

Legge 23 ottobre 1992 n° 421 recante norme per benefici per lavoratori adibiti ad attività usuranti

Decreto legislativo 11 agosto 1993 n. 374 e sue modificazioni emanato in attuazione della L. 421/92

Direttiva Europea n°104 del 1993 concernente alcuni aspetti dell’organizzazione degli orari di lavoro”.

Decreto legislativo 26 novembre 1999 n° 532 “Nuove disposizioni in tema di ricorso al lavoro notturno” e Circolare n.13 del 14 marzo 2000 del Ministero del Lavoro a chiarimento di alcuni aspetti legislativi in materia di lavoro notturno.

Decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66 di riforma della disciplina in materia di orario di lavoro in recepimento delle Direttive comunitarie 93/104 e 2000/34


a) ai sensi dell’art. 2 del D.lgs n. 374/93 “ Per i lavoratori dipendenti pubblici e privati, nonché per i lavoratori autonomi iscritti all’INPS, prevalentemente occupati, a decorrere dalla entrata in vigore del presente decreto legislativo, nelle attività particolarmente usuranti di cui all’art. 1, il limite di età pensionabile previsto dai rispettivi ordinamenti previdenziali è anticipato di due mesi per ogni anno di occupazione nelle predette attività, fino ad un massimo di sessanta mesi complessivamente considerati.. Per i lavoratori impegnati in lavori particolarmente usuranti, per le caratteristiche di maggior gravità dell’usura che questi presentano, anche sotto il profilo delle aspettative di vita e dell’esposizione al rischio professionale di particolare intensità, viene inoltre ridotto il limite di anzianità contributiva di un anno ogni dieci di occupazione nelle attività di cui sopra, fino ad un massimo di ventiquattro mesi complessivamente considerati.

b) Ai sensi della Direttiva Europea 93/104 si intende per:
1) “orario di lavoro”: qualsiasi periodo in cui i lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, …
2) “periodo di riposo”: qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro;
3) “periodo notturno”: qualsiasi periodo di almeno 7 ore, definito dalla legislazione nazionale e che comprenda in ogni caso l’intervallo tra le ore 24 e le ore 5;
4) “lavoratore notturno”:
a) qualsiasi lavoratore che durante il periodo notturno svolga almeno 3 ore del suo tempo di lavoro giornaliero, impiegato in modo normale; e
b) qualsiasi lavoratore che possa svolgere durante il periodo notturno una certa parte del suo orario di lavoro annuale, definita a scelta dallo Stato membro interessato: … omissis…
5) “lavoro a turni”: qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro a squadre in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso il ritmo rotativo, che può essere di tipo continuo o discontinuo, ed il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro ad ore differenti su un periodo determinato di giorni o settimane;
6) “lavoratore a turni”: qualsiasi lavoratore il cui orario di lavoro sia inserito nel quadro del lavoro a turni.

c) Direttiva Europea 93/104:
Art. 8 – Durata del lavoro notturno …
Art. 9 – Valutazione della salute dei lavoratori notturni …
Art. 10 – Garanzie per lavoro in periodo notturno …
Art. 11 – Informazione in caso di ricorso regolare ai lavoratori notturni …

d) Circolare 13/2000 del Ministero del Lavoro:
…è da considerarsi come “notturno” il lavoro che non sia inferiore alle sette ore consecutive all’interno delle quali vi deve essere contenuta la fascia oraria tra le 24 e le 5 del mattino. Più semplicemente è considerato lavoro notturno quello prestato:
- dalle ore 22 alle ore 5;
- dalle ore 23 alle ore 6;
- dalle ore 24 alle ore 7.
… è considerato lavoratore notturno chiunque svolga, in via non eccezionale, “una parte”
del suo normale orario di lavoro durante il periodo notturno come sopra indicato.
Il lavoro notturno ed i lavoratori notturni … entrano nelle procedure di tutela disciplinate dal
D.lgs 19 settembre 1994, n. 626 e successive variazioni.
Infatti nei confronti dei suddetti “lavoratori notturni”, il datore di lavoro deve provvedere,
tramite il medico competente:
- alle visite mediche preventive …
- alle visite mediche periodiche, almeno ogni due anni, per accertare il loro stato di salute;
- alle visite mediche in caso di evidenti condizioni di salute incompatibili con il lavoro notturno…

e) I risultati di specifici studi scientifici hanno evidenziato un’alta prevalenza di
ipertensione arteriosa in soggetti che svolgevano lavoro a turni diurni e notturni e
contemporaneamente una bassa frequenza di ipertensione arteriosa in soggetti con attività
esclusivamente diurne. Gli stessi studi hanno messo in evidenza l’incremento di patologie
cardiovascolari tra i lavoratori notturni individuando una stretta associazione tra lavoro a
turni e malattie cardiovascolari.

f) La stessa Direttiva Europea 93/104 riconosce che l’organismo umano è più vulnerabile di
notte nei riguardi di alterazioni ambientali e che certe forme stressanti di organizzazione del
lavoro e lunghi periodi di lavoro notturno possono essere deleteri per la salute.

CONCLUSIONI

La Tabella A allegata al D lgs 374/93 viene così modificata:
la frase “Lavoro notturno continuativo” è sostituita da : ”lavoratori che svolgono lavoro notturno per un minimo di 60 turni lavorativi all’anno”.

a cura di Piercarlo Albertosi - Associazione Luigi Longo

sabato 5 aprile 2008

Verso l'unità della sinistra - Carrara 23 marzo 2007



Sala di Rappresentanza del Comune

“Verso l’Unità della Sinistra – Le ipotesi in campo”

TAVOLA ROTONDA

Partecipano:
on Paolo Ciofi, Associazione per il Rinnovamento della Sinistra
sen Claudio Grassi, Partito della Rifondazione Comunista
sen Gianfranco Pagliarulo, Sinistra Rossoverde
Presiede:
Letizia Lindi, Circolo di iniziativa culturale carrarese

Per sopraggiunte ed improvvise difficoltà non ha potuto essere presente l’on Pino Sgobio del Partito dei Comunisti Italiani

Introduzione di Piercarlo Albertosi dell’Associazione “Luigi Longo”

Ringrazio i presenti in sala ed i compagni con i quali discuteremo sul delicato tema dell’unità della sinistra e sulle ipotesi che sono in campo. Ne ascolteremo i punti di vista, le proposte ed anche le difficoltà che eventualmente ci prospettano con l’attenzione ed il rispetto dovuti a chi, rappresentando organizzazioni complesse e collegiali come partiti e associazioni, deve procedere con cautela per consentire una sintesi che riesca a rappresentare il più possibile la volontà degli iscritti e degli associati.
Naturalmente il mio auspicio è che la discussione di oggi consenta di fare un ulteriore passo in avanti verso la riaggregazione di tutta la sinistra italiana, che è qualcosa di più impegnativo – come si può convenire – rispetto alla pur utile ricerca di alleanze elettorali o di patti di consultazione tra gli eletti nelle amministrazioni locali e regionali e proprio per questo necessita di percorsi attenti, ragionati, senza fughe in avanti ma anche senza retropensieri paralizzanti.
Mi limiterò, nell’introdurre questa Tavola Rotonda, a fornire alcuni spunti di ragionamento e a proporre in maniera sintetica le coordinate di una discussione che entri nel merito della questione.
Primo spunto. In questi giorni, sulle pagine nazionali de l’Unità, alcuni esponenti del mondo della cultura e del sindacato hanno lanciato un appello ai militanti Ds (che in questi giorni sono nel pieno dei loro congressi di base) affinché sostengano le ragioni contrarie alla creazione del Partito Democratico. “Ci siamo formati la convinzione – essi dicono significativamente – che in Italia c’è bisogno di un grande partito della sinistra che, a partire dalla piena rappresentanza del lavoro, sia un soggetto di trasformazione e di cambiamento della società, opponendosi così alla deriva moderata di una parte della sinistra italiana”.
Secondo. Per la prima volta, dopo 60 anni, tutta la sinistra rappresentata nei partiti è al governo del Paese, ne condivide il programma che essa stessa ha contribuito a scrivere manifestando una omogeneità di indirizzi politici su moltissime questioni di politica interna (pensioni, fiscalità, laicità dello Stato, difesa della Costituzione, diritti civili e sul lavoro, ecc) e di politica internazionale (pace, ambiente, ruolo dell’Europa, politica verso i paesi del Mediterraneo, questione israelo-palestinese, ecc). In sostanza, le differenze ed i distinguo che per decenni hanno segnato la storia dei rapporti a sinistra ed hanno alimentato conflittualità e competizioni elettorali, sono sempre più sottili e sfumati, fino spesso a scomparire.
Terzo. L’avvio del processo verso il PD da parte di Ds e Margherita, la fibrillazione nel centrosinistra nel corso della recente crisi del governo Prodi, le grandi manovre per ricostruire un centro politico tra Udc, Udeur, IdV con il dichiarato intento di favorire la nascita di un nuovo e diverso centrosinistra senza quella sinistra che loro definiscono estrema (cioè noi), hanno accelerato la discussione sull’idea della riunificazione di una sinistra che – va tenuto presente – non è tutta ricompresa nei partiti ma, anzi, essi ne organizzano una parte minoritaria.
Quarto. Lo scenario mondiale vede la piena affermazione del modello capitalistico. Emergono in maniera devastante tutti i grossi limiti e la sua incapacità a dominare il mostro che esso stesso ha generato con la rottura dell’equilibrio ambientale che sta portando alla distruzione del pianeta, con le paurose disuguaglianze sociali tra i diversi Paesi ed all’interno degli stessi paesi capitalistici, con le disuguaglianze tra i sessi, tra le generazioni, tra le classi, con l’esplosione di violenti fondamentalismi (non solo religiosi) e l’irruzione di scenari di guerre senza fine per il controllo delle aree militarmente strategiche e per il controllo delle fonti energetiche, con l’eclissi delle libertà civili, dei diritti sul lavoro, della democrazia che sempre più sta diventando un simulacro, con la mercificazione dei beni comuni (acqua, spazio, scienza, cultura) fino alla privatizzazione (attraverso la brevettazione) dei principi stessi della vita come sta accadendo per molti farmaci salvavita e per la sequenza del genoma.
Quinto. In una nostra precedente iniziativa organizzata nel febbraio scorso a Firenze sul medesimo tema, il compagno Aldo Tortorella (che stasera è impegnato sempre a Firenze in una iniziativa analoga a questa) ha ricordato come “stia prepotentemente avanzando un processo di subordinazione e di svalorizzazione del lavoro che rappresenta il massimo dello sfruttamento e dell’alienazione”. Concetto analogo lo troviamo nelle tesi congressuali del PdCI che sottolineano, in aggiunta, la modernità di rendere centrale per la sinistra il tema del lavoro salariato. Tutto questo mentre si stanno sviluppando in maniera rapidissima le innovazioni tecnologiche e scientifiche in tutti i campi e mentre – parallelamente – la stragrande maggioranza dell’umanità convive con povertà, paura, malattie, insicurezza, distruzione sistematica della natura.

Ce n’è abbastanza per porci la classica domanda del “che fare?” ma anche per ragionare su come accelerare i tempi della risposta e le forme dell’auspicata unità che possono rendere tale risposta non solo efficace nell’immediato ma anche solida per la prospettiva.
Insomma, servono non operazioni congiunturali per sopravvivere ad una aggressione immediata e per “passare la nottata” bensì per riscoprire il valore della categoria del “pensiero lungo” per dirla con Berlinguer, cioè, quel tipo di analisi lucidamente attenta alla realtà senza dogmatismi e devianti ideologismi che consente di aggredire i problemi alla radice ed inserire le soluzioni e le proposte all’interno di una visione strategica di trasformazione della società.
Di certo oggi è aumentata la consapevolezza che occorra ridiscutere i fondamenti politici di quella che dovrà essere la sinistra dei prossimi decenni. In sostanza una sorta di nuovo Manifesto della sinistra moderna che possa reggere alle sfide del mondo contemporaneo.
Tuttavia, preliminarmente o, quantomeno, contestualmente a questo occorre porsi il problema – appunto – del mettere fine alla diaspora, alla frammentazione, alla divisione.
Quali forme e percorsi debba assumere questa riaggregazione o riunificazione è la questione dell’oggi. Qui sta uno dei punti cruciali poiché un processo del genere non può essere costruito né con leggerezza né con precipitazione e, soprattutto, non è appannaggio dei soli partiti; viceversa occorre una discussione che coinvolga il più vasto popolo della sinistra a partire dal contributo - che non può che rivelarsi prezioso - di molti intellettuali che negli ultimi anni sono stati messi ai margini da una pratica politica sempre più autoreferenziale, escludente e permeata di tatticismi.

Oggi ritroviamo in campo più proposte, tutte di estremo interesse che solo in apparenza possono risultare lontane tra di loro e che in realtà non lo sono. Ne cito alcune: la Confederazione della sinistra, la Rete dei partiti e dei movimenti della sinistra, la Sinistra Europea, la Costituente di una Sinistra Nuova. Proposte avanzate da partiti, da settori di partito, da associazioni, da aree del sindacalismo di sinistra. Occorre entrare con i piedi nel piatto affinché la discussione non resti nell’astratto.
Le recenti dichiarazioni di Bertinotti sulla necessità di costruire una “massa critica”, di Cossutta che auspica “una sinistra unita che sappia parlare al popolo”, di Diliberto che rilancia la tesi di “sinistra federata” magari come fase transitoria, le posizioni dentro la sinistra Ds che parlano della “necessità di mantenere aperta una prospettiva socialista”, la pressione di alcune importanti associazioni nazionali affinché si inizi il percorso della Costituente della Sinistra Nuova, rappresentano il segnale più forte e più evidente che i tempi sono maturi.

UNITI A SINISTRA - CARRARA

Unità a Sinistra … a Carrara
Associazione politico-culturale "Luigi Longo"
Circolo di iniziativa culturale carrarese


INIZIATIVA PUBBLICA

VENERDI’ 23 MARZO 2007 ore 17.00
c/o sala di rappresentanza Comune di Carrara

VERSO L’UNITA’ DELLA SINISTRA
Le ipotesi in campo

Tavola Rotonda con

sen. Piero DI SIENA
sen. Claudio GRASSI
sen. Gianfranco PAGLIARULO
on. Pino SGOBIO

Presiede: Letizia LINDI, Circolo di iniziativa culturale carrarese
Introduce: Piercarlo ALBERTOSI, Associazione “Luigi Longo”
Hanno aderito:
Comitato toscano per difesa della Costituzione –Riviste: Sinistra. - Aprile on line - Il Ponte - L’Ernesto